Comune di Framura


I Liguri, mitici sudditi di Cicno

 

Secondo il mito Cicno, re di Liguria, si trasformò in cigno per il dolore causato dalla morte dell’amico Fetonte, e le Eliadi piansero tanto per il fratello che le loro lacrime indurirono in ambra, ed esse si mutarono in pioppi.

Se i miti fanno riferimento ad un substrato arcaico, forse pre Indoeuropeo, geografi e storici antichi documentano solamente l’ultima fase delle vicende dei Liguri, quando questi sono ormai confinati nell’ambito territoriale della Liguria storica, e si oppongono tenacemente alla penetrazione romana. Quale fosse la relazione tra le genti che appena emergono da una bruma leggendaria e le eroiche tribù che combattono Roma ancora non sappiamo: ma è certo che nella tarda Età del Ferro, lungo la costa si sviluppa un’intensa attività di traffici commerciali, documentata dal corredo delle tombe di alcune necropoli ad incinerazione, soprattutto a GenovaChiavari, ed Ameglia. E la tipologia del materiale ceramico raccolto negli insediamenti più antichi ci porta ad ipotizzare che la fase terminale del popolamento della Liguria attuale abbia avuto inizio alla fine dell’Età del Bronzo attraverso una forte corrente migratoria dalla Padania occidentale, che diffonde nel nostro territorio le culture di Canegrate eGolasecca, caratterizzate dal rito dell’incinerazione documentato da numerose necropoli.

I Castellari: fonti storiche ed archeologia
Il toponimo Castellaro, diffuso dalla costa all’oltregiogo appenninico indica quasi sempre la sommità di uno sperone che si stacca da una dorsale principale, alla quale e spesso collegata attraverso un lungo e stretto istmo. Il nome può alludere alla frequentazione umana, all’uso di una vetta. E proprio in questo senso, è stato interpretato dai primi archeologi della preistoria ligure, agli inizi del secolo: luogo ove sorgeva una fortificazione. Il Castellaro di Framura domina la valle del torrente Castagnola ed è in prossimità di Vigo, un piccolo gruppo di case poste sul crinale, oggi ridotto a pittoresche rovine. Lo storico ed archeologo Ubaldo Formentini si accorse della associazione toponomastica Vigo-Castellaro che rimandava a numerosi passi di Tito Livio: i Liguri ai tempi delle guerre di indipendenza abitavano i “vici”, villaggi sparsi intorno ad un castello. E nell’archivio di S. Martino di Framura trovò un importante documento: un manoscritto del 1830 che faceva menzione del ritrovamento di una necropoli ad incinerazione. Il manoscritto diceva “Nel luogo di Vigo... i contadini lavorando la terra hanno trovato dei sepolcri al modo degli antichi... dei pezzi d’argento... delle monete che correvano ai tempi della Repubblica Romana... degli anelli piccoli d’oro...”
I saggi di scavo eseguiti da Leopoldo Cimaschi negli anni ’50 hanno portato la prova definitiva della frequentazione del castellaro nella tarda Età del Ferro: ma a questi inspiegabilmente non ha fatto seguito alcuna ricerca sistematica. Altri castellari, al contrario, sono stati recentemente esplorati utilizzando le metodologie della moderna archeologia: nel Levante ricordiamo quelli di Camogli, Uscio, Pignone, Vezzola e Zignago. Ed in questo modo cominciano a delinearsi le fasi principali dell’occupazione del territorio ed utilizzazione delle risorse che, tra media Età del Bronzo ed Età del Ferro hanno modellato il paesaggio del Levante, conferendogli alcuni dei tratti che ci sono familiari. Forse i castellari vengono inizialmente stabiliti come punti di organizzazione dell’attività pastorale; non luoghi fortificati, quindi, ma siti atti al controllo di estese zone di pascolo. L’immagine del guerriero dell’Età del Ferro, pronto a lanciarsi sull’invasore dall’arce del Castellaro sembra ormai appartenere all’infanzia dell’archeologia ligure: e il capretto d’oro che, secondo una leggenda di Framura, compare sul monte nelle notti di plenilunio forse fa ancora la guardia, come duemila anni fa, ad uomini e greggi immersi nel sonno.

Città di Vigo e Porto Castellaro. Una breve visita.
Tuttavia, l’archeologia si fonda ancora sul sentimento del passato. I Framuresi ricordano la Città di Vigo ed il Porto Castellaro; si dice che nascosti nella boscaglia esistano ancora gli anelli per ormeggiare le imbarcazioni. Si deve essere molto scettici nei confronti di questa tradizione, ma una visita all’arce di Monte Castellaro evoca invariabilmente antiche suggestioni. La vetta è chiaramente spianata e non c’è dubbio che alcuni muri a secco, composti da grandi blocchi di diaspro non siano giustificati da esigenze agricole, come aveva già notato Formentini. Inoltre sul versante esposto ad est, tra i tornanti di un sentiero oggi in rovina le piogge portano spesso alla luce grandi quantità di frammenti di anfore insieme a ceramica locale, riconoscibile dal colore oscuro e dalla grossolanità dell’argilla. Il materiale anforaceo è databile tra il secondo secolo a.C. ed il primo secolo d.C., e proviene principalmente dall’area tirrenica. A questo punto non possiamo escludere che la “Città di Vigo” sia davvero esistita: forse era un centro di intensi traffici marittimi e scambi commerciali. E le rovine di porto Castellaro sono forse sepolte sotto la piccola piana alluvionale ove sorge Deiva; oggi sappiamo che la piana si è formata solo in età moderna, durante la cosidetta piccola era glaciale.
 

Dal pago alla pieve


Le aree montane del Levante ligure, isolate ed impervie sono state scarsamente interessate dal processo della colonizzazione romana, e questa circostanza ha reso possibile la sopravvivenza dell’organizzazione sociale e territoriale preesistente all’occupazione. Non deve quindi meravigliare che talvolta l’ambito territoriale della pieve medioevale coincida con quello dell’antica unità di insediamento ligure, il pago.
Nel caso di Framura, è difficile evitare la conclusione che la pieve di S. Martino sia in un rapporto di continuità storica con il substrato arcaico. I toponimi Monte Castellaro, Monte Castelletto e Castellà, recentemente identificato in prossimità del castello medioevale di Passano, rappresentano una chiara sopravvivenza linguistica, che porta ad ipotizzare l’esistenza di un pago nella valle del torrente Deiva.
Questa supposizione è avvalorata dalla ulteriore presenza del toponimo “Case Vigo” in concordanza con l’associazione tra Vici e Castella ricorrente in Tito Livio con esplicito riferimento alle genti liguri, e soprattutto da scavi archeologici, che hanno definitivamente dimostrato l’esistenza di insediamenti liguri preromani sui monti Castellaro e Castelletto.

Origini di San Martino di Framura

Storia e siti archeologici di Framura

Costa di Framura è abitata almeno sin dal periodo tardo imperiale, come documentato dal ritrovamento in località Casola dei ruderi di una villa rustica databile al IV secolo d.C. Al contrario, per quanto riguarda l’organizzazione ecclesiastica nell’alto Medioevo mancano fonti specifiche. Tuttavia la lapide (secoli VII-VIII), conservata nella Chiesa di S. Maria Assunta di Piazza, che riporta una delle versioni della lettera apocrifa di Gesù Cristo sull’osservanza del precetto domenicale ricorda anche un fatto di estremo interesse: la dedicazione della Chiesa al Salvatore, a S. Michele, a S. Martino e a S. Giorgio. Questo singolare accostamento dei culti Longobardo, Cattolico e Bizantino può significare il superamento dei contrasti religiosi, superamento che ha verosimilmente rappresentato la premessa alla nascita della pieve dedicata a S. Martino. La tradizione popolare vuole questa di origine monastica ed in effetti il monastero di S. Colombano di Bobbio tra il X secolo e l’inizio dell’XI aveva possessi il località infra murle, che indica quasi certamente Framura. La chiesa è citata per la prima volta in un atto del 1128 come S. Martino (Sancto Martino in Framura) e documentata come pieve della diocesi di Genova nel 1192. L’edificio, orientato a Levante, è a pianta basilicale e venne addossato alla preesistente torre di guardia di età Carolingia. La giurisdizione della plebania era molto estesa, da Deiva a Carrodano e Carro, e comprendeva 11 parrocchie dipendenti, coprendo all’incirca l’ambito territoriale delle podesterie di Framura, Carro , Mattarana e Carrodano, indicate nella mappa del cartografo genovese Matteo Vinzoni (1773) riprodotta sotto.

 




Framura nel Medioevo

Fortune e tramonto dei Signori di Passano

Nei racconti degli abitanti di Castagnola le vicende dei da Passano e del loro castello rappresentano da sempre l’evento centrale. Le ragioni di questa tenace memoria di fatti che si sono svolti in un tempo remoto possono essere immediatamente comprese se si tiene conto del contesto storico: la cancellazione delle autonomie feudali locali scandisce l’espansione del Comune di Genova nel Levante e prelude alla formazione dello Stato regionale nell’Età Moderna. Ed inoltre le vicende che si intrecciano nel nostro territorio intorno al 1170 sono un vero repertorio di colpi di scena, agguati, tradimenti, assedi: un frammento, insomma di quel Medioevo pittoresco che il visitatore, se vorrà, potrà ritrovare in occasione di una breve escursione al castello di Passano.

Lo scenario storico

Nel secolo XII l’espansione genovese nella riviera di Levante non si attua secondo un piano preordinato di penetrazione militare e politica, ma si sviluppa invece secondo una sequenza di interventi discontinui e repentini nell’ambito di alcune situazioni nevralgiche. Nel 1109 Genova acquista dai Signori di Vezzano la base di Portovenere, che da questo momento in poi rappresenterà un caposaldo contro i Pisani. Nel 1133 Papa Innocenzo II erige la Diocesi di Genova ad Archidiocesi, con giurisdizione metropolitica sulle altre Diocesi liguri ed infine nel 1162 l’Imperatore Federico I Barbarossa concede al Comune la giurisdizione su tutta la costa, da Monaco a Portovenere. È così legittimata la costituzione dello Stato regionale. In questo scenario si configura lo scontro con i Malaspina ed i feudatari minori: tra questi, i Signori di Passano. Gli eventi che ci riguardano hanno come sfondo la guerra con Pisa. Nel 1165 gli scontri si moltiplicano: da Vernazza, ove viene incendiato il castello della Rocheta tenuto da Enriceto di Carpena, amico dei Pisani, a Portovenere, alla Provenza, alla Sardegna. I Pisani inviano 25 galee a Levanto ed incendiano il borgo.

Opizone e Muruel Malaspina, la ribellione dei Signori di Passano e la distruzione del CastelloStampa popolare 

1170 I Conti di Lavagna occupano il castello di Frascario e lo tolgono ai Signori di Passano. Dopo una lunga controversia, il castello torna al Comune di Genova.

1171 Come risposta, i Signori di Passano si impadroniscono del castello di Zerli. I Conti di Lavagna mettono l’assedio al Castello, che viene consegnato ai consoli di Genova, e da questi restituito ai Conti.

1172 Opizone Malaspina e suo figlio Muruel insieme ai Signori di Passano e Lavagna occupano Sestri e Chiavari. Genova è impreparata : le forze dei Malaspina assommano a più di 3000 fanti e 250 cavalieri. È necessario chiedere aiuto ai Marchesi di Monferrato, Gavi e Ponzano. L’esercito genovese occupa Cogorno. Ma l’inseguimento dei Malaspina è frenato sopra Moneglia dalla neve e dal vento. Le operazioni sono sospese a Sestri, ove si fa tregua sino a Pasqua.

1173 La minaccia rappresentata dai Malaspina scuote Genova. I Consoli propongono di creare “cavalieri nostrani” per “estirpare i vicini avversari nelle radici”. Cento cavalieri freschi di addestramento raggiungono Moneglia, ove edificano il castello di Villafranca. In ottobre Opizone mette l’assedio a Monleone, presso Cicagna. Genova convoca 1550 fanti e 365 cavalieri e corre in soccorso di Monleone. I Malaspina fuggono nella notte, ma le spese sostenute dai Genovesi esigono un’azione militare. Scrive l’annalista genovese Oberto Cancelliere “E andarono con mano armata contro li perfidi Passani, i quali, trascorso l’anno, per assidua persuasione dei Malaspina eransi fatti ribelli, e con il più grande sforzo assediarono il castello di Passano, ... e abbenchè le vittovaglie ed ogni cosa che è necessario trarre per mare, mentre che il mare era turbato, per terra si traessero con gran travaglio, tuttavia mettendo a fuoco le case e le terre e il castello ed ogni altra cosa, infra otto giorni, rotte da ogni parte le mura e infrantile con mirabile gittare di pietre, presero il castello di Passano”.
La tradizione popolare vuole che i Signori di Passano, per sottrarsi alla cattura, siano fuggiti attraverso un cunicolo e abbiano trovato rifugio in una località sulle pendici del Bracco, ancora oggi chiamata Arcapascià (Arca di Passano).

Una visita a Passano  

Percorso un breve tratto dalla carrozzabile, uno storico sentiero vi permetterà di raggiungere l’antico e pittoresco borgo di Passano e l’acrocoro ove sorgeva il castello. Di questo nulla è rimasto dopo la distruzione ad opera dei Genovesi, salvo forse un breve tratto della cinta muraria. Nonostante questo sulla vetta, nel cuore di una superba pineta, si avverte ancora l’aura del Medioevo. Lo scenario è reso ancora più suggestivo dai ruderi di un oratorio dedicato a   S. Giovanni Battista e da quelli di una tarda residenza fortificata.

 Opizone e Muruel Malaspina, la ribellione dei Signori di Passano e la distruzione del Castello

Stampa popolare 

1170 I Conti di Lavagna occupano il castello di Frascario e lo tolgono ai Signori di Passano. Dopo una lunga controversia, il castello torna al Comune di Genova.

1171 Come risposta, i Signori di Passano si impadroniscono del castello di Zerli. I Conti di Lavagna mettono l’assedio al Castello, che viene consegnato ai consoli di Genova, e da questi restituito ai Conti.

1172 Opizone Malaspina e suo figlio Muruel insieme ai Signori di Passano e Lavagna occupano Sestri e Chiavari. Genova è impreparata : le forze dei Malaspina assommano a più di 3000 fanti e 250 cavalieri. È necessario chiedere aiuto ai Marchesi di Monferrato, Gavi e Ponzano. L’esercito genovese occupa Cogorno. Ma l’inseguimento dei Malaspina è frenato sopra Moneglia dalla neve e dal vento. Le operazioni sono sospese a Sestri, ove si fa tregua sino a Pasqua.

1173 La minaccia rappresentata dai Malaspina scuote Genova. I Consoli propongono di creare “cavalieri nostrani” per “estirpare i vicini avversari nelle radici”. Cento cavalieri freschi di addestramento raggiungono Moneglia, ove edificano il castello di Villafranca. In ottobre Opizone mette l’assedio a Monleone, presso Cicagna. Genova convoca 1550 fanti e 365 cavalieri e corre in soccorso di Monleone. I Malaspina fuggono nella notte, ma le spese sostenute dai Genovesi esigono un’azione militare. Scrive l’annalista genovese Oberto Cancelliere “E andarono con mano armata contro li perfidi Passani, i quali, trascorso l’anno, per assidua persuasione dei Malaspina eransi fatti ribelli, e con il più grande sforzo assediarono il castello di Passano, ... e abbenchè le vittovaglie ed ogni cosa che è necessario trarre per mare, mentre che il mare era turbato, per terra si traessero con gran travaglio, tuttavia mettendo a fuoco le case e le terre e il castello ed ogni altra cosa, infra otto giorni, rotte da ogni parte le mura e infrantile con mirabile gittare di pietre, presero il castello di Passano”.
La tradizione popolare vuole che i Signori di Passano, per sottrarsi alla cattura, siano fuggiti attraverso un cunicolo e abbiano trovato rifugio in una località sulle pendici del Bracco, ancora oggi chiamata Arcapascià (Arca di Passano).

Una visita a Passano

Percorso un breve tratto dalla carrozzabile, uno storico sentiero vi permetterà di raggiungere l’antico e pittoresco borgo di Passano e l’acrocoro ove sorgeva il castello. Di questo nulla è rimasto dopo la distruzione ad opera dei Genovesi, salvo forse un breve tratto della cinta muraria. Nonostante questo sulla vetta, nel cuore di una superba pineta, si avverte ancora l’aura del Medioevo. Lo scenario è reso ancora più suggestivo dai ruderi di un oratorio dedicato a S. Giovanni Battista e da quelli di una tarda residenza fortificata.

      

Ruderi dell’Oratorio di San Giovanni Battista

 

Giò Nicolò Doglioni scrive agli inizi del XVII secolo nell’“Anfiteatro di Europa”: “In quei luoghi di Levante e Moneglia più verso il mare già vedevasi il bel castello di Passano ... ma i Signori di Passano, avendo avuto l’ardire di contendere con la stessa Repubblica ... vi rimase esso castello distrutto con perdita e confiscatione anco di tutto il restante. Ma però non molto tempo dopo ritornarono e furono messi nella solita grazia, riacquistando i privilegi ... possedendo tuttavia il già detto castello di Passano, ma ridotto in palagio per la loro habitatione (occorrendo) con alcune altre case...”.